25. Jul, 2020

Purpose, Meaningfulnes and Happiness ai tempi del Covid Cosa impariamo dallo smart working forzato

Il grande esperimento collettivo di smartworking forzato darà la spinta a ridisegnare I processi lavorativi per incrementare felicità, significatività e senso delle attività lavorative? Come impostare un Freshstart reimmaginando il lavoro?

Un bellissimo articolo di Vittorio Pelligra: “Felicità e significato: le due dimensioni nascoste del lavoro -Quando lavoriamo, siamo mossi da ragioni più profonde di quello che pensiamo. A partire dalla felicità “ stimola una riflessione sul significato del lavoro, la felicità ed il senso di quello che facciamo al lavoro. L’articolo di Pelligra, ricco di dotte citazioni letterarie, mi ha ricordato un altro simbolo del lavoro, la fatica, il senso, Sisifo e invogliato a rileggere alcuni articoli su Camus di Davide D’Alessandro, Alfonso Berardinelli e Stefano Scrima. Alcuni video di Jennifer Aaker ed una recente survey svolta tra colleghi in smart working a causa del Covid completano i riferimenti per questo articolo.

 Lo smart working obbligato di questi tempi, rende la riflessione assai attuale. Cosa abbiamo tratto da questa esperienza? Il carico di lavoro (workload) dello smart working, pigiati nella casa con i bambini, negletti dal sistema scolastico pubblico, e con il coniuge altrettanto indaffarato tra scadenze lavorative e familiari, è valso la pena?

Novelli Sisifo, per giorni e giorni, abbiamo meccanicamente riaperto gli schermi del computer e lavorato, partecipato ad infinite riunione, rielaborato e ripetuto operazioni di routine.

Condannati a spingere in cima a un monte, un masso che ogni volta rotolerà di nuovo a valle.

 Anche Camus immaginava il suo Sisifo Felice

Eppure in una recente survey interna della società presso la quale lavoro, il livello di engagement, misurato al mese di Maggio, è rimasto alto. Tante le ragioni, molte le osservazioni e le analisi svolte dal nostro management team. Nel loro complesso le persone hanno mantenuto un approccio positivo. Pelligra una spiegazione ce la offre: anche Dostoevskij, recluso in un campo di lavoro in Siberia, non temeva  tanto la durezza del lavoro, quanto la sua inutilità: « se si volesse schiacciare del tutto un uomo, annientarlo, punirlo con il castigo più terribile (…) basterebbe soltanto conferire al lavoro un carattere di autentica, totale inutilità e assurdità. (..) se, per esempio, lo si costringesse a travasare dell'acqua da una bigoncia all'altra, e da questa riportarla nella prima; a triturare la sabbia; a trascinare un mucchio di terra da un posto all'altro, e viceversa, io credo che il detenuto s'impiccherebbe nel giro di pochi giorni, o commetterebbe un migliaio di delitti per morire piuttosto, ma tirarsi fuori da una simile umiliazione, vergogna e tormento».

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