21. Mar, 2020

Bellissimo articolo di Paolo Giordano

C’è una frase di Marguerite Duras che l’insistenza sulla guerra mi ha ricordato. È un paradosso e dice così: «Già s’intravede la pace. È come un grande buio che cala. È l’inizio dell’oblio». Dopo una guerra tutti si affrettano a dimenticare, ma qualcosa di simile accade con la malattia: la sofferenza ci pone in contatto con verità altrimenti offuscate, mette in ordine le priorità e sembra ridare volume al presente, ma non appena la guarigione sopraggiunge quelle illuminazioni evaporano. Adesso ci troviamo nel mezzo di una malattia planetaria. La pandemia sta passando la nostra civiltà ai raggi X ed emergono verità che svaniranno al suo termine. A meno che non decidiamo di appuntarle subito. Nell’assillo dell’emergenza, che da sola è sufficiente a riempirci la testa — di numeri, di testimonianze, di tweet, di decreti, di moltissima paura — dobbiamo quindi scavarci uno spazio per dei ragionamenti diversi, per osare domande grandiose che trenta giorni fa ci avrebbero fatto sorridere per la loro ingenuità: quando sarà finita, vorremo davvero replicare un mondo identico a quello di prima?

 

 

Stiamo cercando le linee di trasmissione invisibili della Covid-19, ma ci sono altre linee di trasmissione ancora più elusive che hanno portato la situazione a essere quella che è, nel mondo e qui in Italia, adesso. Dobbiamo cercare anche quelle. Perciò sto compilando una lista di tutto ciò che non vorrei dimenticare. Si allunga un po’ ogni giorno e credo che ognuno dovrebbe avere la sua, in modo che tornata la quiete possiamo tirarle fuori e confrontarle, vedere se abbiamo delle voci in comune, se sarà possibile fare qualcosa al riguardo.

Io non voglio dimenticarmi dell’ubbidienza alle regole che ho visto intorno a me, né del mio stupore nel vederla; del sacrificio instancabile di chi si sta occupando dei malati così come dei sani, né delle manifestazioni di vicinanza di chi canta la sera dalle finestre. Non c’è vero pericolo su questo: sarà facile da ricordare perché è già la narrazione ufficiale dell’epidemia.

Ma non voglio dimenticarmi nemmeno di tutte le volte che, nelle prime settimane e davanti alle timide misure iniziali, ho sentito ripetere «siete pazzi». Anni di delegittimazione di ogni competenza hanno prodotto una sfiducia istintiva e diffusa che si materializzava infine in quelle due parole: «siete pazzi». Una sfiducia che ha portato a ritardi. Che hanno causato vittime.

Non voglio dimenticarmi che fino all’ultimo non ho cancellato un biglietto aereo, anche quando mi era chiaro che prendere quel volo sarebbe stato al di là di ogni ragionevolezza, e solo perché desideravo partire. Ottusità mista a egoismo, la mia.

Non voglio dimenticarmi dell’informazione volubile, contraddittoria, sensazionalistica, emotiva e approssimativa che ha accompagnato il dispiegarsi iniziale del contagio — forse il fallimento più evidente di tutti. E non si tratta di un dettaglio formale: in un’epidemia un’informazione chiara è la profilassi più importante.

Non voglio dimenticarmi di quando, all’improvviso, si è azzerato il chiacchiericcio politico ed è stato come se mi si stappassero le orecchie dopo esser sceso dall’aereo che non avevo preso. Quel rumore di fondo, costante e autoreferenziale, che riempiva tutto e impediva a ogni contenuto, a ogni riflessione di medio raggio di esprimersi, era svanito di colpo.

Non voglio dimenticarmi di come l’emergenza ci ha fatto scordare in un istante che siamo una moltitudine composita, con bisogni e guai differenti. Nel momento di parlare a tutti, abbiamo parlato per lo più a un solo cittadino che padroneggia l’italiano e possiede un computer e sa usarlo.

Non voglio dimenticarmi che l’Europa è stata in ritardo, troppo in ritardo, e che a nessuno è venuto in mente di mostrare, insieme alle curve nazionali dei contagi, una curva europea che ci facesse sentire uniti in questa disavventura, almeno simbolicamente.

Non voglio dimenticarmi che l’origine della pandemia non è in un esperimento militare segreto, ma nel nostro rapporto compromesso con l’ambiente e la natura, nella distruzione delle foreste, nella sventatezza dei nostri consumi.

Non voglio dimenticarmi che la pandemia ci ha trovato in larga parte tecnicamente impreparati e scientificamente digiuni.

Non voglio dimenticarmi che non sono stato eroico né stabile né lungimirante nel tenere insieme la mia famiglia. Che quando ce n’è stato bisogno non ho saputo tirare su il morale di nessun altro, e neppure il mio.

La curva dei positivi si appiattirà, quella curva di cui ignoravamo l’esistenza e che adesso decide al posto nostro. Raggiungerà il picco agognato e poi inizierà la discesa. Non è un augurio: sarà la conseguenza diretta della nostra disciplina di adesso, delle misure in atto, le uniche efficaci e moralmente accettabili. Dobbiamo sapere fin d’ora che la discesa potrebbe essere più lenta della salita e che potrebbero esserci nuove impennate, magari altre chiusure momentanee, altre emergenze, e che alcune restrizioni dovranno restare per un po’. Lo scenario più probabile a cui andiamo incontro è quello di un’alternanza fra una normalità condizionata e l’allerta. Ma a un certo punto finirà. E avrà inizio la ricostruzione.

Sarà il momento delle pacche sulle spalle tra la classe dirigente, dei complimenti a vicenda per la prontezza e la serietà e l’abnegazione. Il rinsaldarsi tipico dei poteri che di fronte alla minaccia della propria messa in discussione scoprono all’improvviso il gioco di squadra. Mentre noi, distratti, avremo solo voglia di scrollarci di dosso tutto. Il grande buio che cala. L’inizio dell’oblio.